Se mi dicono di vestirmi da italiano non so come vestirmi

Paolo Nori e Nicola Borghesi

uno spettacolo di e con Paolo Nori e Nicola Borghesi
un incontro suggerito da Elena Di Gioia
luci e audio Alessandro Amato
organizzazione Antonella Babbone
foto Paolo Cortesi
produzione Liberty
in collaborazione con Stagione Agorà e Unione Reno Galliera

Prossime repliche

DOMENICA 17 NOVEMBRE 2019
ore 21
Anteprima di Festival 20 30
LABORATORIO San Filippo Neri

INFO E CONTATTI
Antonella Babbone
info@associazioneliberty.it
+ 39 3921696262

Paolo è uno scrittore e Nicola è un attore, Elena dirige la stagione Agorà. Paolo e Nicola si incontrano nel 2018 facendo un ballo letterario e si stanno subito simpatici. Elena chiede loro di fare una cosa insieme.
Paolo propone di provare a lavorare su che cosa vuol dire per loro essere italiani. Nicola pensa che sia una buona idea. Allora si incontrano tutti i mercoledì in un bar e parlano degli italiani, quindi anche di loro.

Cosa vuol dire, essere italiani? Avere lo zaino Invicta? Parlare male le lingue straniere? Gesticolare? Cantare canzoni d’amore? Mangiare la pasta al dente? Non pagare le tasse? Essere eleganti? Portare gli occhiali scuri anche di notte? Applaudire all’atterraggio dell’aereo?
Nicola Borghesi e Paolo Nori se lo sono chiesti e hanno scritto questo spettacolo che li ha portati a indagare la questione sia nei luoghi istituzionali, come l’ufficio immigrazione della questura, in rete e per le strade della città di Bologna, che, se non ci fosse Parma, sarebbe la città più bella dell’Emilia.
La loro ricerca, e la loro inclinazione alle divagazioni, li hanno portati a parlare di calcio, di famiglia, di capperi, di moda, di Albert Camus, di Alessandro Manzoni e della periferia Nord di Foggia e li hanno condotti a un’altra domanda, «Cos’è la patria», che è una domanda alla quale, alla fine dello spettacolo, si dà un’altra risposta oltre a quella, corretta: «Un’agenzia di vigilanza armata».
Se mi dicono di vestirmi da italiano non so come vestirmi è uno spettacolo in cui la forma della lettura si unisce a quella dell’interazione con il pubblico, del dialogo, dell’improvvisazione e del teatro propriamente detto, qualunque cosa questo voglia dire.

Paolo Nori, Nicola Borghesi – “Se mi dicono di vestirmi da italiano non so come vestirmi”
PIECE NECESSARIA
Non so se Carlo Freccero mi vuole ancora un po’ di bene – io sì – ma sarebbe tanto bello se prima di salutare Raidue facesse il Carlofreccero, quello che mandò in prima serata Marco Paolini e il suo irricevibile, ma ricevutissimo, “Vajont”, e trasmettesse questo piccolo miracolo teatrale che andrebbe ripreso, distribuito, ciclostilato, portato nelle scuole e appeso di fianco al crocifisso, visto che immaginarne una sostituzione pare, nel 2019, ancora impensabile. È un’oretta e mezza di spettacolo sul concetto di Patria, un’ode al sovranismo dei propri sentimenti, un pastiche di ironia surreale concretissima che descrive, attraverso letture, frammenti, monologhi, fogli A3 un’ aneddotica spicciola eppure preziosissima, attraverso, anche, personaggi e interpreti che il 99 percento degli italiani manco conosce più (Giorgio Manganelli in primis) ciò che siamo e potremmo essere fuori dalla caricatura solipsistica della triste valle social. Paolo Nori è un affabulatore che andrebbe sempre letto con la sua voce in testa, con il suo incedere sgrammaticato e altissimo, con la sua retorica ironica, un performer che restituisce ai suoi libri (“Grandi ustionati” il mio preferito) una vitalità laterale che tocca corde impensabili. Ogni volta. Ma nella complicità con Nicola Borghesi – anche in scena – giovane regista che a 33 anni si è giustamente rotto i maroni di essere considerato giovane, raggiunge un livello di consapevolezza decisivo. Il ragazzo che si scopre italiano solo ai Mondiali, da emigrante, simulando competenze calcistiche solo per acquisire popolarità tra i fattorini pakistani, e il “vecchio” scrittore che la Patria l’ha trovata nella Resistenza, sono così naturali, incidentali, lontani da ogni tentazione di manifestare la loro superiorità culturale, che potrebbe capirli persino chi sovranista lo è davvero. Lucore, disincanto, etica, nelle giuste proporzioni. Che bello.
GIUDIZIO: SOCCIACHEBELLO
Luca Bottura
L’Espresso – Ottobre 2019